martedì 29 dicembre 2009

CHE MONDO SAREBBE SENZA RUTELLI?

Rutelli, se non ci fosse bisognerebbe inventarlo. In una sola vita, ancora soltanto a metà, è riuscito ad essere radicale e papista, garantista e giustizialista, centrista e bipartitista. Grande Rutelli. Chi di voi ricorda la delicata analisi con la quale “Ciccio Pio” (da leggere in romanesco) commentò la caduta in disgrazia di Bettino Craxi? “Voglio vederlo mangiare il rancio in galera”, disse con fare greve il Nostro. Commenti da vero duro. Ma come tutti i duri, anche Francesco con gli anni ha finito con l’ammorbidirsi. E infatti oggi denuncia con fare sempre più serioso i rischi e i limiti di un Pd ostaggio della deriva oltranzista del tribuno Di Pietro. Bene Rutelli, sempre pronto a spendere una parola di saggezza e capace di abbandonare comodi lidi per il gusto della sfida e per amor di impresa. Recentemente Rutelli, infatti, ha fondato insieme all’inquieto Tabacci un movimento politico chiamato Api. Lo ha fatto perché sente il bisogno di recuperare il Centro (e vai!), quello stesso centro che aveva archiviato pochi anni prima sciogliendo la Margherita per sposare in toto le pulsione anglosassoni di Veltroni. Acqua passata. Finite le suggestioni oniriche di Walter “l’Africano”, Francesco è tornato sulla terra. Ma Rutelli non è soltanto un instancabile fondatore di partiti a sfondo bucolico e campestre. E’ anche un uomo delle istituzioni. E che uomo! In questo scorcio di legislatura ha ricoperto da par suo, prima di dimettersi per nobile senso di responsabilità, nientemeno che il Copasir. E che è? Direte voi. Come che è? E’ il comitato di controllo sui servizi segreti. Si, ma che fa? Come che fa? Lo dice la parola stessa… controlla, vigila, approfondisce. Insomma è un presidio a difesa delle istituzioni democratiche, mica pizza e fichi. E fino a quando c’era Rutelli alla guida potevamo stare tutti tranquilli. Nel marzo del 2009 il Presidente del Copasir, all’uopo, aveva fronteggiato con piglio, cipiglio e puntiglio nientemeno che “il caso Genchi”. Il caso cioè riguardante l’ex vicequestore di Palermo, nonché consulente informatico del Pm de Magistris per la delicata inchiesta Why Not che ruotava intorno alla figura del capo della compagnia delle opere in Calabria Tonino Saladino. “Si tratta di una vicenda di enorme rilievo per le istituzioni democratiche… un vero e proprio pedinamento informatico”, tuonò il Presidente. Un fatto grave. Secondo Rutelli e non solo, infatti, Genchi è un pericolo perché avrebbe raccolto un numero impressionante di dati, un cifra oscillante “tra i 14 e i 18 milioni di righe di traffico telefonico”. Un numero davvero imponente e quasi sovrapponibile con quello dei partiti cambiati da Rutelli. Meno male che Ciccio c’è, verrebbe da intonare. Se non fosse per un dato puramente statistico e tutto sommato marginale in un paese come l’Italia dove il concetto di conflitto di interessi non appassiona nessuno. Tra tutti quei tracciati ce ne sarebbero, a leggere “Il Caso Genchi”, edito da Aliberti, pure alcuni che riguarderebbero lo stesso Rutelli. Sarà vero? O saranno soltanto sottili congetture del temibile consulente? Vai a saperlo. Speriamo che a qualcuno venga voglia di fare chiarezza. Una cosa però è certa. Con Rutelli non ci si annoia mai.

Francesco Toscano


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