venerdì 16 ottobre 2009

Meglio un PD senza statuto e cilicio

Nel Partito Democratico, ad eccezione di Ignazio Marino, ha trovato ampli consensi la proposta di Scalfari secondo cui: “dovrebbe diventare segretario chi prende più voti alle primarie”, eludendo così la regola dello Statuto che prevede il ballottaggio se nessuno dei candidati supera il 50% delle preferenze. La proposta del fondatore di “Repubblica” è assolutamente condivisibile e di buon senso, però ricordo che qualche mese fa furono gli stessi dirigenti del Pd ad impedire la candidatura di Beppe Grillo invocando la sacralità dello statuto e il rispetto delle regole, manco si trattasse delle tavole della legge consegnate a Mosé. Pierluigi Bersani in merito al “Caso Grillo” disse: “Un partito deve avere un suo profilo, una identità e regole certe”. Dello stesso parere Piero Fassino, sostenitore della mozione Franceschini: “Nessuno è preoccupato della candidatura di Grillo. Ma ci sono delle regole, c’è una fase congressuale alla quale partecipano gli iscritti, poi la seconda fase prevede le primarie” e a mettere la parola fine il responsabile dell’Organizzazione del Pd Migliavacca che sostenne lapidario che non c’erano i requisiti per concedere l’iscrizione di Grillo. E questo “sacro” statuto cosa dice a proposito di chi disattende le direttive del gruppo parlamentare, come nel caso del voto contrario della senatrice “democratica” Paola Binetti alla legge sull’omofobia? E’ sempre la solita storia: due pesi e due misure a seconda delle convenienze.
Speriamo che le primarie del 25 ottobre consegnino agli elettori e al Paese un partito meno timoroso, più democratico, più unito e coerente.

Italo Di Giacomo

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