C’è un bel film con il principe De Curtis, “Totò a colori”, nel quale il malcapitato on. Trombetta chiede perentoriamente a Totò: “mi dia del Lei!” e quello di rimando: “non ci tengo”. Ora va bene che il nostro parlamento è pieno di on. Trombetta e di navigati tromboni, però da noi la realtà supera di gran lunga la commedia. Mi riferisco nello specifico a tutti quegli uomini zelanti e perbenisti che in questi giorni chiedono a gran voce l’iscrizione di Di Pietro nel registro degli indagati perchè quest’ultimo, in seguito alla firma del Presidente Napolitano per il via libera allo “scudo fiscale”, ha parlato di: “atto di viltà e abdicazione”. Ora, io non sono d’accordo con il giudizio dell’ex Pm di Mani Pulite, però difendo il suo diritto di esprimere i suoi giudizi politici, anche i più duri, nei confronti di chiunque. I germi dell’autoritarismo, quello vero, si annidano proprio qui, tra chi pensa che esistano ancora sacche di insindacabilità assoluta, proprie di esperienze per fortuna superate, e confondono l’autorevolezza dell’istituzione in quanto tale con le singole condotte, non sempre brillanti, di persone in carne ed ossa chiamate a rappresentarle. Non è vero, poi, che la figura del Presidente della Repubblica è, in Italia, al riparo, per prassi dalle polemiche. Anzi. Basti ricordare il caso di Leone o quello più recente di Cossiga, per il quale tra l’altro gli ex compagni di partito dell’attuale Presidente chiesero la procedura di “impchment”. Insomma la firma di Napolitano sulla legge sullo “scudo fiscale” non è uno scandalo, come non lo è dire che lo sia. Altri semmai sarebbero gli atti del Presidente che meriterebbero di essere approfonditi. Come quello con il quale il Presidente, nel mezzo della strumentalmente propagandata “guerra tra procure” tra Catanzaro e Salerno, chiese gli atti alla Procura campana. Ma questa è un’altra storia.Francesco Toscano



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