martedì 12 maggio 2009

La splendida coerenza di Veronica Marchi

Veronica Marchi, classe 1982, è una cantautrice veronese di recente debutto nel panorama discografico italiano, fin dalla tenera età attratta dai tasti bianchi e neri del pianoforte e dalle corde di una chitarra pizzicate ora con la bravura e il dovuto rispetto di chi deve molto al suo strumento, perché tramite esso dialoga col mondo circostante e con sé stessa. Al suo secondo album dopo il solido cd d’esordio, Veronica si conferma una delle voci più interessanti nell’attuale scenario musicale italiano. La sua musica, generalmente leggera ma non frivola, è costituita da canzoni che fanno dell’immediatezza il loro punto di forza. “L’acqua del mare non si può bere”, questo il titolo del cd uscito all’incirca un anno fa, è il secondo, apprezzabile impegno di Veronica nel proseguire un percorso artistico che inizia a farsi notare per qualità delle composizioni e una voce ben temprata, di sicuro rilievo, ma che non può dirsi compiuto per quelli che sono gli attributi richiesti, assai soggettivi, per plasmare il grande disco. Nonostante ciò Veronica compone canzoni che giungono all’orecchio dell’ascoltatore senza ostacolo alcuno, con straordinaria semplicità, come un suono reperibile in natura, che trova senza sforzo un esemplare equilibrio con l’essere umano, in questo caso un ascoltatore attento non solo alla musicalità dei pezzi ma anche a testi che descrivono tormenti, dubbi e sguardi su di un mondo tutt’altro che sereno. “L’acqua del mare non si può bere” è un cd notevolmente intimista, più di quel che da principio può sembrare. Nei suoi pezzi Veronica sostiene continuamente l’esame più difficile da superare, quello con se stessa. La scrittura dei testi nella modalità “io narrante” interessa il maggior numero delle canzoni e la sensazione d’ascoltare situazioni e parole autobiografiche si rafforza sempre più mentre il cd suona nel lettore. Nei 13 episodi del disco Veronica si diletta con melodie dolci, ritmi briosi, e una chitarra abbacinante che in “Splendida coerenza” raggiunge l’apice della sua vivacità. Seppur guarnito da un congruo numero di strumenti, dal banjo al piano (solo per citarne alcuni), il disco suona in modo indiscutibilmente rispettabile nelle esecuzioni ma, a volte, risente di alcuni passaggi troppo scontati. Dal vivo le canzoni di Veronica riempiono efficacemente lo spettro sonoro sebbene, nella maggior parte dei casi, la cantautrice si esibisce in set acustici con un ridotto numero di strumenti che però non penalizza la buona riuscita dei pezzi e anzi, al contrario, Veronica, con la sua chitarra e voce riesce a creare un live tutt’altro che misero, ben corposo e che per nulla fa rimpiangere gli orpelli delle consuete registrazioni in studio. Cosa ancor più apprezzabile è che Veronica è un’artista per nulla altezzosa, che adora il contatto con il pubblico ed il relativo scambio emozionale che si viene a creare tra queste due “entità” accomunate dall’amore per la musica. E’ sufficiente assistere ad uno dei tanti live che l’artista tiene in giro per l’Italia per comprendere che la coerenza di Veronica non inizia e finisce solamente nelle parole di un “concept-album” ma trabocca fino a raggiungere il pubblico, poiché lo scalino del palco è talmente levigato da non costituire un intralcio. In uno dei suoi live abbiamo incontrato Veronica, la quale ha ben accolto di rispondere a qualche domanda per Vicenza Popolare…:

“L’acqua del mare non si può bere”, perché hai scelto questo divieto come titolo dell’album?
“Mentre stavo ultimando le registrazioni del disco, mi è venuta un’idea: inserire all’inizio della traccia “Il re del mondo” voci di bambini che giocano in un cortile. Tra i file dell’amico Daniele Campolongo che mi ha fornito il materiale che poi è finito nell’album ( compresi i passi nella neve che aprono il disco) c’era la voce di un bambino che urlava a squarciagola questa frase. Mi colpì tantissimo, il contrasto tra l’innocenza del piccolo e la frase che dalle sue labbra risultava un divieto fortissimo, i bambini sono senza regole e ho pensato in un lampo a quanto invece il mondo degli adulti sia strutturato e rigido, come se il buon senso minimo non riuscisse più a farci convivere serenamente. Ho pensato che questa frase fosse un ottimo collante per i 13 brani dell’album, ho scoperto così che tutte le canzoni erano legate dallo stesso medesimo intento di far riflettere sul mondo in cui viviamo”.

“Splendida coerenza” colpisce immediatamente per freschezza e vigore, nonché per un testo che farebbe invidia al più abile dei parolieri. Com’è nato questo pezzo?
“E’ nato nella mia stanza, in un giorno qualsiasi in un periodo della mia vita in cui iniziavo ad accorgermi che le persone che avevo intorno, nel mio lavoro, mi stavano mettendo le manette ai polsi, ma non avevo ancora il coraggio di ammetterlo a me stessa. La canzone ha preceduto di un anno e mezzo quelle che sono state, poi, le mie scelte reali”.

L’infanzia è un tema che ricorre spesso nei tuoi pezzi, ci sono dei motivi particolari?
“Penso sia perché ho vissuto un’infanzia molto solitaria, sono sempre stata un’ottima pensatrice, e questo a tutt’oggi lo vivo come un handicap, avrei potuto/dovuto divertirmi di più ma anche oggi non sono una grande estimatrice delle notti brave. Penso sia anche perché amo molto il mondo dei bambini, si può dire che io provi una sorta di invidia per la loro innocenza, se potessi fermerei le loro esistenze all’incirca intorno ai 6 anni, mi sembra che poi tutto si rovini, un po’, e si imbruttisca con l’età”.

Nei tuoi dischi l’amore è un tema trattato in modo abbastanza “atipico”, ermetico nelle sdolcinatezze, quasi l’amore fosse più una questione di rispetto tra due persone che non di rose e romanticherie; è una lettura corretta la mia?
“Sì…assolutamente, ho sempre odiato i testi troppo espliciti, in ogni senso. Mi piace l’immediatezza, ma credo che non debba essere sinonimo di banalità”.

Il mondo discografico può rivelarsi spietato nei confronti dei nuovi talenti emergenti: molto spesso chi merita viene emarginato in favore del “raccomandato”. Cosa ci riporti dopo questi tuoi primi anni in questo mondo? Quanto influiscono, secondo te, le raccomandazioni?
“Le raccomandazioni esistono, eccome. Ma questo in tutti gli ambiti lavorativi, non solo in quello artistico. Costituisce un grave problema, una macchia profonda in Italia, da cui non si sa come difendersi. Dalla mia posso dire con estrema sincerità che tutto ciò che ho ottenuto, negli anni, l’ ho avuto con le mie sole forze, se mi abbassassi alle raccomandazioni più spietate non riuscirei più a guardarmi nello specchio, o a scrivere una canzone”.

Oltre al tuo percorso solista coltivi anche altri progetti laterali come i Maryposh; hai mai pensato che questo possa in qualche modo togliere “risorse” al tuo progetto solista?
“No, mai, anche perché se non avessi iniziato 5 anni fa la collaborazione con Maryposh oggi non sarei quello che sono. La musica si basa sulla contaminazione, sulla condivisione, sugli intrecci artistici che possono portare ad una crescita, che devono anzi portare ad una crescita. Da Maryposh in poi affronto anche la mia musica con più serenità, più sfrontatezza, più coraggio, specialmente sonoro”.

Tra artista e pubblico c’è un legame indissolubile. Come vivi il tuo?
“So che le persone vengono ai miei concerti per emozionarsi, e quindi cerco più che posso di lasciare in loro un segno riconoscibile, una ragione forte per cui farli muovere di nuovo verso di me, e non lasciarli andare mai via dalla mia musica. Io, a mia volta, mi cibo delle loro sensazioni, senza questo trasferimento continuo di emozioni non esisterebbe la composizione, quello che succede nei live è una sorta di regalo reciproco rarissimo. Non potrei farne a meno”.

Quando non ti occupi di musica come trascorri il tempo libero?
“Faccio un po’ una vita precaria, da qualche anno ho deciso di tentare di vivere di musica, e mi accorgo che è più sopravvivere che vivere! Amo scrivere, in ogni senso. Leggo distrattamente, sono molto discontinua nei miei hobby. Mi piace stare con i miei amici più cari, sono una persona molto semplice”.

Il tuo prossimo lavoro da solista sarà il “fatidico” numero tre. Sei pronta, per così dire, a finire sotto le affilate armi dei critici che, sicuramente, tireranno le somme sulla prima parte della tua carriera? Oppure della critica te n’è sempre importato poco?
“Una volta temevo la critica come se fossi ad un plotone di esecuzione! Oggi la leggo con occhio vigile, mi lusingano le critiche positive ma al tempo stesso mi preoccupano, come mi preoccupano le recensioni scritte di fretta, con informazioni spesso errate, segno di un ascolto per niente attento. Cerco più che posso di fare cose che mi piacciano, che non debbano per forza accontentare qualcuno. Il più grande giudice è il pubblico, se loro si fermano a sentirti hai già vinto mezza gara con te stesso”.

Per il tuo prossimo album stai pensando a qualche nuova direzione/sperimentazione?
“Sto scrivendo molto, e cose diverse tra loro. Non ho ancora preso una direzione precisa, voglio darmi il tempo giusto per guardarmi dentro e ascoltare le mie esigenze più profonde. Non ho fretta, non devo averne”.

Da qualche mese ti occupi della direzione artistica del MAJAKOVSKIJ, circolo culturale di Verona. In ambito musicale dove stai cercando di indirizzare il locale?
“Sogno Verona come una città culturalmente aperta, dove la musica sia padrona e dove le persone abbiano più di un luogo dove intrecciare le loro esperienze, ascoltare ottima musica, scambiarsi arte. Sogno e cerco di far sì che si avveri, non mi è mai piaciuto sedermi a lamentarmi che manchi qualcosa nella città in cui vivo o sono nata, ci vuole tanto impegno e costa fatica, gli ostacoli sono innumerevoli. Io sono tenace, però. Testarda e tenace come pochi…”

I crediti principali del cd:

Veronica Marchi: voci, chitarre acustiche, pianoforte, rhodes, glockenspiel
Andrea Faccioli: chitarre acustiche, chitarra lapsteel, chitarre elettriche, banjo
Lucio Fasino: basso elettrico
Eric Cisbani: Batteria, percussioni
Etichetta: La Matricula

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