
Attualmente, in Cina, sono quasi 10 milioni i cattolici che vivono nel terrore della repressione, delle torture, degli arresti e delle uccisioni. Antonio Socci nel suo libro “I nuovi perseguitati. Indagine sulla intolleranza anticristiana nel nuovo secolo del martirio” afferma che il tenue filo di dialogo che Roma ha sempre cercato di avere con Pechino è sembrato spezzarsi il 1° ottobre del 2000, quando il Papa ha canonizzato 120 persone martirizzate nella rivolta dei Boxer all’inizio del novecento. Lì continua Socci: il comunismo non c’entrava. Ma il regime maoista – pur essendo arrivato molti anni dopo i Boxer – ha fatto suo il loro nazionalismo, accusando i cattolici di essere al servizio dei nemici della Cina.
Nonostante il loro fanatismo superstizioso e l’ostilità alla modernizzazione, i Boxer continuano ad essere tuttora onorati dai comunisti cinesi come i precursori patriottici della lotta contro l’imperialismo straniero, e come gli eroi dell’indipendenza cinese.
Nel tentativo di separare la Chiesa cinese da Roma, il partito ha agevolato da tempo la formazione di un cattolicesimo patriottico, con Vescovi ed alti prelati nominati e controllati dallo stesso potere centrale, che continua a considerare i cristiani fedeli alla Chiesa universale come dei criminali traditori.
Però la canonizzazione ha fatto grande impressione in Cina provocando migliaia di conversioni, con il passaggio di molti dalla Chiesa patriottica alla fedeltà a Roma, compresa la maggioranza di quei vescovi ribelli, cosicché il regime sente sfuggire di mano la situazione e reagisce con violenza. …Altro che martiri, per Pechino si tratta di “criminali”. Antonio Socci ricorda, allo stesso tempo, il “mea culpa” del Pontefice quando in un messaggio rivolto ai partecipanti di un convegno all’Università Gregoriana, il 24 ottobre del 2001, Giovanni Paolo II, ribadiva:
«la nostra profonda simpatia per il popolo cinese» e chiedeva scusa per gli “errori” eventualmente commessi dalla Chiesa nell’opera di evangelizzazione al tempo delle potenze coloniali. Un gesto coraggioso e generoso che purtroppo trovò solo la risposta arrogante delle autorità comuniste, un gesto insomma che andava solo a rafforzare le “prove” delle accuse che loro avevano sempre sostenuto. Per la storia solo un’occasione persa. Ma si sa, il Papa anche in quell’occasione non parlò all’oligarchia ma ai cuori di milioni di cinesi, che risposero con nuove conversioni.

Ecco le parole di Giovanni Paolo II pronunciate nell’Omelia per la canonizzazione dei Beati, il 1 ottobre 2000, giornata dedicata a Santa Teresa di Lisieux protettrice delle missioni:
«“La tua parola è verità: consacraci nel tuo amore” (Canto al Vangelo: cfr Gv 17,17). Questa invocazione, eco della preghiera che Cristo rivolse al Padre dopo l’Ultima Cena, sembra salire dalla schiera di santi e beati, che lo Spirito di Dio, di generazione in generazione, va suscitando nella sua Chiesa. A duemila anni dall’inizio della Redenzione, oggi facciamo nostre quelle parole, mentre abbiamo dinanzi, quali modelli di santità, Agostino Zhao Rong e i 119 compagni, Martiri in Cina, María Josefa del Corazón de Jesús Sancho de Guerra, Katharine Mary Drexel e Giuseppina Bakhita. Dio Padre li ha “consacrati nel suo amore”, esaudendo la domanda del Figlio, che per acquistargli un popolo santo ha steso le braccia sulla croce e morendo ha distrutto la morte e proclamato la risurrezione (cfr Pregh. eucar. II, Prefazio). A tutti voi, cari Fratelli e Sorelle, qui convenuti numerosi per esprimere la vostra devozione verso questi luminosi testimoni del Vangelo, rivolgo il mio cordiale saluto.
“I precetti del Signore danno gioia” (Sal. resp.) Queste parole del Salmo responsoriale ben rispecchiano l’esperienza di Agostino Zhao Rong e dei 119 compagni, Martiri in Cina. Le testimonianze che ci sono giunte lasciano intravedere in loro uno stato d’animo improntato a profonda serenità e gioia. La Chiesa è oggi grata al suo Signore, che la benedice e la inonda di luce con il fulgore della santità di questi figli e figlie della Cina. Non è forse l’Anno Santo il momento più opportuno per far risplendere la loro eroica testimonianza? La giovinetta Anna Wang, quattordicenne, resiste alle minacce del carnefice che la invita ad apostatare e, disponendosi alla decapitazione, con il viso raggiante, dichiara: “La porta del Cielo è aperta a tutti” e mormora per tre volte “Gesù”. E il diciottenne Chi Zhuzi, a coloro che gli hanno appena tagliato il braccio destro e si preparano a scorticarlo vivo, grida impavido: “Ogni pezzo della mia carne, ogni goccia del mio sangue vi ripeteranno che io sono cristiano”. Uguale convinzione e gioia hanno testimoniato gli altri 85 cinesi, uomini e donne di ogni età e condizione, sacerdoti, religiose e laici, che hanno suggellato la propria indefettibile fedeltà a Cristo alla Chiesa con il dono della vita. Ciò è avvenuto nell’arco di vari secoli e in complesse e difficili epoche della storia della Cina. La presente celebrazione non è il momento opportuno per formulare giudizi su quei periodi storici: lo si potrà e lo si dovrà fare in altra sede. Oggi, con questa solenne proclamazione di santità, la Chiesa intende soltanto riconoscere che quei Martiri sono un esempio di coraggio e di coerenza per tutti noi e fanno onore al nobile popolo cinese. In questa schiera di Martiri risplendono anche 33 missionari e missionarie, che lasciarono la loro terra e cercarono di introdursi nella realtà cinese, assumendone con amore le caratteristiche, nel desiderio di annunciare Cristo e di servire quel popolo. Le loro tombe sono là, quasi a significare la loro definitiva appartenenza alla Cina, che essi, pur con i loro limiti umani, hanno sinceramente amato, spendendo per essa le loro energie. “Noi non abbiamo mai fatto del male a nessuno - risponde il vescovo Francesco Fogolla al governatore che si appresta a colpirlo con la propria spada -. Al contrario, abbiamo fatto del bene a molti”. Dio fa scendere felicità».
E infine la recita dell’Angelus:
«Con affetto saluto tutti i fedeli riuniti qui per onorare i martiri cinesi, in particolare quanti fra voi sono di origine cinese assistono per la prima volta alla canonizzazione di martiri appartenenti al vostro popolo. Parimenti, penso a tutti i fedeli cattolici in Cina. So che siete spiritualmente uniti a noi, e sono certo che comprendete che questo è uno speciale momento di grazia per tutta la Chiesa e per tutta la comunità cattolica in Cina. Desidero assicurarvi ancora una volta che prego per voi ogni giorno. Che i Santi Martiri vi confortino e vi sostengano nel momento mentre anche voi, come loro, testimoniate con coraggio e sincerità la vostra fedeltà a Gesù Cristo e amore autentico per il vostro popolo. Auguro a voi la pace».

Già sul finire del ‘500 la Cina conobbe i missionari cattolici, il più importante dei quali è indubbiamente il marchigiano Matteo Ricci. Il gesuita Ricci, fin dal suo approdo a Macao, capì subito che i cinesi avevano un’alta considerazione di se stessi e credevano nella superiorità della propria civiltà, all’infuori della quale esisteva solo un mondo fatto di barbarie. E questo spiega, in parte, l’atteggiamento di chiusura nei confronti degli stranieri. Ma Ricci oltre ad essere un religioso era anche un raffinato uomo di cultura e scienze, conoscitore della matematica e dell’astronomia, doti che lo resero celebre attirando la curiosità dei mandarini e dello stesso imperatore.
Padre Ruggieri ha sintetizzato alla perfezione come agirono i missionari guidati da Ricci: “Ci siamo fatti cinesi per guadagnare Cristo alla Cina (ut in Cristo Sinas lucri-faciamus). Le marcate diffidenze sociali costrinsero infatti i missionari ad adattarsi ai costumi locali. Nei primi tempi per esempio al posto del tradizionale saio vestivano come i monaci buddisti. In seguito, per evitare confusioni tra la popolazione, adottarono l’abbigliamento tipico dei letterati, vestito tradizionale locale, con un alto copricapo e la possibilità di tenere la barba lunga. Per prima cosa Matteo Ricci imparò subito il cinese che seppe padroneggiare al punto tale da riuscire a tradurre testi sacri e manuali scientifici e infine tramutò il suo nome in Li Madou.
L’evangelizzazione per questi pionieri non fu facile. Tante volte i missionari furono maltrattati e costretti a fuggire di città in città, spesso vittime di atteggiamenti ambivalenti di disprezzo ed ammirazione. Molti cinesi si avvicinavano ai missionari nella convinzione che possedessero virtù divinatorie e magiche ed avessero la capacità di trasformare i metalli in oro. Insomma molte volte erano percepiti come degli stregoni o nel migliore dei casi come degli alchimisti.
Purtroppo l’originale stile di integrazione inaugurato da Matteo Ricci, non trovò emuli nel tempo. La stessa gerarchia Vaticana non incoraggiò mai questo modo di agire, troppo pericoloso ed ambiguo.
A partire dall’ottocento per i cinesi il cristianesimo rimane legato al colonialismo e verrà per sempre considerato una religione straniera. Gli stessi cinesi convertiti al cristianesimo, per la popolazione, cessavano di essere cinesi per diventare europei. Questo è un errore da addebitarsi ai missionari che per paura cedevano alle lusinghe della protezione dei coloni e all’incapacità di integrarsi ed assimilare usi e costumi del posto. A differenza di Matteo Ricci che imparò subito il cinese, tanti religiosi non lo impararono mai e continuarono ad insegnare, nelle scuole e nei seminari che avevano costruito, il latino, la loro lingua ufficiale, necessaria per leggere e comprendere i Testi Sacri.
Le incomprensioni riguardavano diversi aspetti della stessa religione: per esempio il principio dell’uguaglianza di tutti gli uomini davanti a Dio. In una società profondamente gerarchica era intollerabile che un semplice contadino avesse lo stesso valore di fronte a Dio di un mandarino o addirittura dell’Imperatore. Poi c’era il problema del rapporto paritario che i missionari cristiani instauravano con le donne. Non era concepibile, per il maschilismo dell’epoca, che i missionari si intrattenessero in discussioni con le donne e che le stesse svolgessero opera di evangelizzazione. E ad aumentate la confusione erano anche le divisioni interne al mondo cristiano, tra cattolici e protestanti. Infatti quest’ultimi, a differenza dei cattolici che avevano l’obbligo del celibato, si recavano in Cina con al seguito l’intera famiglia.
Queste evidenti difficoltà non scoraggiarono certo i religiosi a partire alla volta del Celeste Impero. Bisogna ricordare che l’Europa nell’ottocento esisteva già una società secolarizzata, sempre meno cattolica se non laica. E proprio nel solco di questa situazione si sviluppò un movimento cattolico conservatore ed intransigente nei confronti della modernità. Questo movimento proprio per la sua contrarietà al dilagante laicismo aveva una visione più universalistica del cattolicesimo. Bisognava portare la Buona Novella al mondo intero, al mondo degli altri e non limitarsi più ai propri confini nazionali. Propaganda Fide, l’organismo creato nel 1622 si prodigò sempre per separare l’aspetto religioso da quello politico e per il superamento dell’occidentalismo instaurando rapporti diretti con i governanti locali. Sia Papa Leone XIII che Papa Benedetto XV dettero importanza alla “questione cinese” ed entrambi cercarono di svincolarsi dallo scomodo protettorato delle nazioni colonizzatrici ed in particolare di quello francese. Infatti, se è vero che in Francia i cattolici venivano calunniati a volte persino perseguitati in Cina i francesi si ersero a primi difensori degli interessi della Curia romana, tanto che per i cinesi la parola cattolico era sinonimo di francese. Una protezione che restò sempre una manifestazione d’intenti visto che i missionari continuarono ad essere uccisi dai briganti e dai boxer. Pur nella sua tragicità la rivolta dei boxer fece capire ai missionari stranieri in Cina la necessità di rompere col protettorato francese, fatto di privilegi e indennità e la necessità di creare un clero locale. Nel complesso la presenza dei missionari insieme al dono della fede, portò in Cina un vero e proprio progresso civile. Si aprirono scuole, si costruirono ospedali e nuove infrastrutture. I missionari lottarono contro atavici mali sociali, come l’abbandono delle bambine. Costruirono orfanotrofi e si occuparono dell’educazione delle ragazze. Riprendendo le ultime parole del Vescovo martire Fogolla possiamo affermare che i missionari non fecero mai niente di male e, al contrario, fecero del bene a molti.
Emanuele Bellato