Semplicemente un uomo e la sua chitarra, come lo descrisse il “guru” per eccellenza della tecnica flatpicking Steve Kaufman. Roberto Dalla Vecchia, chitarrista acustico e cantante vicentino, nell’ultimo decennio ha impreziosito il panorama della chitarra acustica con le sue composizioni originali e non, dimostrando in entrambi i casi d’essere all’altezza dei suoi colleghi d’oltreoceano, dove il genere musicale in questione, il folk/bluegrass, ha le sue radici più profonde. Simile ad un italiano “trapiantato” nel Kentucky, Roberto promuove pezzi acustici che all’ascolto proiettano al di là dell’Atlantico, ma nella formula musicale di questo chitarrista sono inclusi alcuni ingredienti esclusivamente personali e dal loro connubio nasce un “gusto” tipicamente italiano nel suonare e concepire un genere musicale tuttora pressoché ignorato nel nostro paese. Nonostante l’elevata attenzione posta in favore della tecnica, le sue composizioni rispecchiano un artista capace di donare intensità e umanità a quest’ultime. Si rafforza così la convinzione, in chi ascolta, che il musicista deve necessariamente comunicare qualcosa, per non rischiare, altrimenti, di precipitare nel dimenticatoio della musica, quel luogo riservato ad “artisti” che si ritengono tali per le loro esecuzioni perfette ma del tutto impersonali, di brani musicali, di qualunque genere essi siano.Ho incontrato Roberto durante vicenzAcustica, il concerto-evento interamente dedicato alla chitarra acustica. A chitarra riposta nella custodia Roberto è stato ben felice di rispondere alle mie domande.
Tre cd incisi dal ’98 ad oggi, quando imbraccerai nuovamente la chitarra per registrare il quarto?“Presto, in questo momento sto ancora rifinendo i brani. Per ora posso aggiungere che sarà un lavoro frutto anche della collaborazione con altri colleghi musicisti sotto il profilo della composizione, un'esperienza nuova ed estremamente arricchente”.
Come nasce una tua canzone? E’ l’applicazione di un sistema preciso o di volta in volta è scaturita da una scintilla d’ispirazione che ti porta a non avere un percorso prestabilito?
“Difficile definire una modalità precisa; il più delle volte succede che suonando “inciampo” in una breve linea melodica già bella e pronta, che mi piace sufficientemente da ritenerla, per così dire, meritevole di attenzione. Poi segue tutto un lavoro di sviluppo e ampliamento di questo nucleo centrale, fatto anche a più riprese, per raggiungere il risultato finale”.
Le tue composizioni musicali interessano principalmente il folk-bluegrass, un genere tipico d’oltreoceano; cosa ne impedisce secondo te una diffusione maggiore anche nel nostro paese?
“Questa è una domanda da un milione di dollari! Provo a dire la mia e cioè che queste sonorità sono state a lungo e per troppo tempo associate a prodotti di dubbia qualità, come per esempio certi patetici film western; questa associazione è durata per così tanto nel tempo che anche la musica abbinata è finita inevitabilmente per assumere caratteri di svago e poca credibilità. Così, tanto per intenderci, il suono del banjo nell'immaginario comune richiama una musica sbarazzina e frivola, non certa degna di un ascolto attento che prova ad andare al di là degli stivali e del cappello da cowboy. Quello che più mi stupisce è come questa associazione fuorviante perduri in tanti critici musicali anche oggi nel 2008”.
Ad un certo punto dei tuoi studi la chitarra ha preso il posto del pianoforte, cosa ti ha spinto a preferire lo strumento a sei corde?“Mio fratello maggiore stava prendendo lezioni di chitarra, io avevo circa 12 anni e studiavo pianoforte. Dopo pochi mesi che lo sentivo suonare gli ho chiesto di insegnarmi i primi accordi …è bastato poco perché capissi che tutto mi risultava più facile sulla chitarra rispetto al pianoforte. Qualche altro mese e i miei genitori un giorno arrivano a casa con una chitarra tutta per me. Ho continuato a studiare pianoforte, ma la chitarra mi aveva letteralmente catturato!”.
Flatpicking è anche sinonimo di virtuosismo tecnico, quanto hai “sofferto” per così dire prima di raggiungere l’attuale livello di dimestichezza con la chitarra?
“Ho semplicemente trascorso gran parte delle giornate da adolescente a suonare! Non ho altri segreti, so che per altri è stato più “facile” perché magari più dotati, ma .... non per me. Certo è che quando suonavo, e per fortuna ancora adesso quando suono, il tempo volava; non mi è mai pesato stare a casa a suonare quando gli amici magari andavano fuori a fare una passeggiata in centro città!”.
Artisti, di qualsivoglia natura, si nasce o si diventa? O magari entrambe le cose?
“Direi entrambe le cose. Di certo madre natura aiuta non poco, ma è poi l'impegno e la caparbietà del singolo individuo ad essere determinanti”.
La tua attività live è incessante e spesso supera i confini nazionali, com’è per te l’esperienza del “girovago per musica”?
“Viaggiare da solo, come spesso mi accade, ha molti aspetti poco piacevoli in tutta sincerità. Non ultimo il non poter scambiare una parola per ore e ore perché in macchina! E' naturale che una volta arrivato nella città in cui mi devo esibire sono ampiamente ripagato dal calore degli organizzatori e del pubblico, ed è questo il vero “motore” che mi fa percorrere tanta strada”.
Qualche nome per capire dove spaziano i gusti musicali di Roberto…“Sono molto legato alla musica dei cantautori americani degli anni '70. Neil Young, Paul Simon, James Taylor i primi che mi vengono in mente. Nell'ambito della musica rock certamente il mio gruppo preferito sono stati i Dire Straits e Mark Knopfler rimane un punto di riferimento personale, “chitarristicamente” parlando. Accanto a questi nomi tanto blasonati amo ascoltare artisti forse meno noti al grande pubblico ma non per questo meno meritevoli; sono innamorato della musica di Alison Krauss, Tim O'Brien, Tony Rice. Pensando alla musica italiana torno a citare i cantautori: Edoardo Bennato, con le sue canzoni ho imparato i primi accordi sulla chitarra”.
Il tuo ultimo cd “Grateful” è la risposta sincera, con un grazie, alla musica, alla famiglia, alla vita…quali sono i valori che contano di più per te?
“Grazie per avermi fatto questa domanda. “Grateful” è prima di tutto un grazie a Dio, per tutte le benedizioni di cui ha “inondato” la mia vita. Come hai già intuito i valori che cerco di coltivare sono quelli della famiglia, dell'amore, della semplicità e trasparenza nei rapporti con gli altri. Mi sforzo di tenere lo sguardo puntato verso questi valori nonostante le “cadute”!”
Tobia Zerbato



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