giovedì 24 maggio 2007

Federalismo

Unitari e federalisti. Crediamo in un federalismo che punti al decentramento regionale amministrativo, finanziario e fiscale e lasci intatta ed anzi valorizzi ancor più l’unità nazionale.
Le tasse devono essere eque e non devono superare quella soglia di tollerabilità che conduce inevitabilmente, gli imprenditori, a comportamenti poco trasparenti. Il federalismo che tanto abbiamo invocato deve essere soprattutto solidale.
Crediamo si possa rimanere radicati nel proprio territorio, amarlo, rispettarlo e difenderlo, e allo stesso tempo produrre ricchezza e lavoro per sé e per la propria gente. Ogni giorno si aprono, nel mercato, nuove nicchie da occupare con l’inventiva, la creatività e l’amore per il bello. Valori tipicamente italiani che oggi, ancor più che nel passato, possono fare la differenza rispetto ad una concorrenza spietata.
Il legame tra le produzioni e il loro territorio, sulla base della constatazione che le prime discendono dal secondo, se ne arricchiscono e contemporaneamente lo arricchiscono potrebbe arginare la delocalizzazione selvaggia. Una produzione andrà sempre via, sempre più lontano, se dovrà fare i conti solo col costo del lavoro o con gli impedimenti burocratici. Non potrà mai andare via, se l’anima sua e il suo successo saranno tutt’uno con la gente, con le tradizioni e con le capacità di quella specifica terra.
Coniugare profitto e cultura, alta tecnologia e difesa dell’ambiente, tradizione e modernità è l’unica via possibile.

mercoledì 23 maggio 2007

Contro le barriere architettoniche

Le barriere architettoniche sono un ostacolo culturale, sono un’invenzione dell’architettura, non della natura. E’ ciò che crea l’uomo per complicarsi la vita. Sono i gradini. Gli ostacoli per strada. I sottopassaggi, e i sovrapassaggi con le scale. Ma lo sono anche i citofoni alti, le porte difficili da aprire e da chiudere, i dislivelli, le strettoie, i pali, le automobili in mezzo ai marciapiedi e le pavimentazioni sconnesse.
Uno scalino nasce per portarti più in alto. Nascono perché si tende ad utilizzare al massimo lo spazio disponibile. Nascono e non si eliminano, perché nessuno sente il bisogno di eliminarle. Barriere che non sono un ostacolo solo per gli handicappati ma anche per gli anziani, per le donne che aspettano un bambino, per le donne con un passeggino, per una persona che si è rotta una gamba. Di leggi sull’handicap ne esistono già tante, il problema è la loro effettiva applicazione.

venerdì 18 maggio 2007

Basta tasse

Anche il Sign. Radicci, come tutti i cittadini italiani è oberato dalle tasse… Quello delle tasse è un problema molto sentito soprattutto nel mondo rurale ed imprenditoriale, dove è sempre più difficile far “quadrare” i conti. Il disegnatore italo-brasiliano Iotti (l'amico che gentilmente ha fatto la vignetta), su mia richiesta, ha affrontato il tema "tasse" con la solita ironia, sdrammatizzando la situazione. Ecco dunque il premier Romano Prodi che in veste di dottore va in giro per l’Italia con una siringa a prosciugare le ultime risorse dei risparmiatori. Da notare che il Sign. Radicci sta guidando un vecchio Landini, la “ferrari del frumento”. I lettori più “vecchi” ricorderanno certamente quell’epoca eroica fatta di riti e suggestioni; le donne col cappello di paglia, gli uomini spesso a torso nudo e i ragazzini a cui si poteva leggere negli occhi il sogno di poter salire anche solo per pochi secondi su un Landini “Testa calda”. Rivedendo questo trattore sembra di rivivere per qualche istante l’atmosfera di quel pulviscolo luminoso durante la trebbiatura o del cerimoniale dell’accensione che culminava nel battito lento, imperioso e regolare del motore. Emozioni del tempo che fu…

martedì 8 maggio 2007

Vivere e non vivacchiare

“Tu mi domandi se sono allegro, e come non potrei esserlo? Finché la fede mi darà la forza sarò sempre allegro. Ogni cattolico non può non essere allegro: la tristezza deve essere bandita dagli animi cattolici, il dolore non è la tristezza, che è una malattia peggiore di ogni altra. Questa malattia è quasi sempre prodotta dall'ateismo, ma lo scopo per cui noi siamo stati creati, ci addita la via seminata sia pure di molte spine, non una triste via: essa è allegra anche attraverso il dolore”. Queste parole toccanti furono scritte da Pier Giorgio Frassati nel 1925 poco prima della prematura scomparsa avvenuta a 24 anni. Anni terribili in cui il fascismo si trasformava in dittatura, solo un anno prima era stato assassinato l’on.Giacomo Matteotti. Frassati già nel ’22 (marcia su Roma) diceva che il cristianesimo religione d’amore non poteva assolutamente accordarsi con il fascismo, realizzazione di una dottrina che esaltava la forza e la violenza; anche per questo motivo oltre ad impegnarsi in varie associazioni cattoliche decise di iscriversi al Partito Popolare di don Luigi Sturzo, prendendo una strada diversa da quella del padre Alfredo, direttore e proprietario del quotidiano La Stampa, senatore del Regno, di fama liberale ed amico dell’on.Giolitti. Pier Giorgio dunque era di famiglia borghese ma fin da bambino si distinse per l’insofferenza verso un ambiente dominato dalle apparenze, la sua vera famiglia era costituita dagli ultimi, gli emarginati, quei poveri che gli hanno dato il dono più bello, la morte contratta per poliomelite, che lo congiungeva definitivamente al Padre celeste. La vita di Pier Giorgio è tutta tesa alla santità come d’altronde dovrebbe esserla quella di ogni cristiano; naturalmente questo non deve indurre a pensare che fosse uno tutto casa e chiesa, lui era un ragazzo come gli altri, non era eccellente negli studi, nel tempo libero praticava lo sport dell’alpinismo, fumava i sigari toscani ed aveva un gruppo di amici autodefinitosi “compagnia dei tipi loschi” dove non mancavano gli scherzi goliardici. Proprio questa normalità unita ad un forte spirito di carità e dedizione nei confronti dei più sfortunati con cui spesso amava confondersi nonostante le sue origini, fanno di lui un ragazzo speciale. Pier Giorgio veniva anche rimproverato di non attenersi alle regole di condotta che il cognome Frassati comportava, dall’abbigliamento dimesso ad un carattere istintivamente proletario “viaggio in terza classe perché non c’è la quarta”. Certo erano altri tempi, ma la sua figura risulta così attuale per noi giovani che abbiamo bisogno, come una nave persa nel mare, di un faro che illumini la retta via per ricondurci nel porto della vita; questo faro potrebbe chiamarsi Pier Giorgio esempio tenace di come si possono superare tutte le difficoltà senza abbandonarsi al pessimismo conservando sempre l’allegria e la solarità che derivano dal sentirsi giovani nell’animo.
Emanuele Bellato

Evita: la principessa dei poveri

Con questo articolo, dedicato ad Evita Peron, inauguro una serie di schede che affrontano il tema “donne e la politica”. E’ soprattutto grazie all’impegno di donne come Evita, e alla loro strenua volontà di lottare per il diritto al voto femminile, se tante ragazze, come me, hanno oggi l’opportunità di fare politica. Alessandra

“Non ho in questo momento che un’unica ambizione personale: che di me si dica, quando si scriverà il capitolo meraviglioso che la storia probabilmente dedicherà a Peron, che vi fu al suo fianco una donna che si dedicò a far arrivare al presidente le speranze del popolo, e che il popolo la chiamava affettuosamente Evita”.
Evita, insieme a Gardel e Mardona, rappresenta nell’immaginario collettivo degli argentini il cuore e l’anima della Nazione. Evita ha amato se stessa, ha amato Peron e la sua causa, ma soprattutto ha amato il suo popolo, gli argentini, per questo il suo ricordo è tuttora vivo in ogni angolo del Paese. Eva nacque a Los Toldos il 7 maggio del 1919 da Juan Duarte, un benestante proprietario terriero che le stette vicino sino alla prematura scomparsa avvenuta nel 1926 ma che non la riconobbe come figlia legittima perché nata fuori dal matrimonio ufficiale, e da Juana Ibarguren, una donna di origini basche, forte e determinata che da sola allevò cinque figli alternandosi come cuoca, sarta e gestendo infine una piccola pensione familiare. Nonostante le umili origini e gli stenti per arrivare a fine giornata, Eva si impegnò sin da giovane per migliorare la propria condizione sociale. Affascinata dal mondo dello spettacolo si trasferì nel 1935 a Buenos Aires, aiutata dell’amico di origini italiane Augustin Magaldi, noto interprete di tango, dove intraprese la carriera teatrale e cinematografica. A consacrarla definitivamente al grande pubblico fu però la radio, prima con gli sceneggiati e in seguito con la trasmissione di Radio Belgrano, dal titolo, “Verso un avvenire migliore” (“Hacia un futuro mejor”), dove Eva, oltre a fare l’apologia del suo amato, parlava al cuore dei meno abbienti.
Eva Duarte conobbe il colonnello Juan Domingo Peron nel gennaio del 1944 a San Juan durante la distribuzione degli aiuti ai terremotati. In seguito, ricordando il primo incontro dirà: “Tutti o quasi tutti abbiamo nella vita un giorno meraviglioso. Per me, è stato il giorno in cui la mia vita coincise con quella di Peron” . Ma se la sua relazione con Peron da un lato diede una spinta importante per la sua carriera, dall’altro la pose al centro di maldicenze.
L’ufficiale Juan Domingo Peron, vedovo, di origini sarde, era allora un affermato militare ma anche un promettente politico in ascesa che ricopriva la carica di Segretario del lavoro; incarico che gli permise di entrare in contatto con i maggiori leader sindacali e guadagnarsi le relative simpatie attraverso la messa in atto di provvedimenti sociali a favore della classe operaia.
La casta dei generali, l’aristocrazia terriera e degli allevatori ma anche Washington temevano Peron; per questo fu montato un fantomatico pericolo per la sua incolumità e con la scusa di proteggerlo fu prima esiliato e poi arrestato. Quando si diffuse la notizia, la Confederazione Generale del Lavoro, che riuniva i sindacati più rappresentativi, dichiarò una mobilitazione per il 17 ottobre 1945. La risposta dei descamisados (senza camicia, nominati così dal quotidiano conservatore “La Prensa” in senso dispregiativo) fu imponente, lavoratori, studenti e operai, poveri e creoli, si riunirono tutti a Plaza de Majo al grido di Peron Presidente. Quel 17 di ottobre verrà chiamato “l’uragano della storia”. Così ricorda quel giorno concitato l’intellettuale Raul Scalabrini Ortiz: “…le moltitudini continuavano ad arrivare, affratellate dallo stesso grido e dalla stessa fede, era il sottosuolo della Patria in rivolta”.
Nelle elezioni del 1946, la candidatura del neo generale Peron riuscì ad imporsi sui partiti tradizionali. Peron inaugurò una politica di stampo populista, nazionalizzò alcuni settori dell’economia e promulgò una legislazione sociale di carattere progressista. Grazie ad Evita anche le donne ottennero notevoli vantaggi, il più importante dei quali fu, il diritto di voto, acquisito il 23 settembre 1947 e fino allora negato. Fondò inoltre la sezione femminile del Partito Peronista.
Evita non fu una femminista nel senso dei contenuti libertari del movimento mondiale, ma con il suo protagonismo scatenò un’ondata, senza precedenti, di partecipazione femminile alla sfera pubblica. Le scollature, le pellicce e i gioielli, per lei, non erano altro che un modo per comunicare con il suo popolo. Certo potevano sembrare un’ostentazione o un privilegio per i suoi detrattori ma per il suo amato popolo erano semplicemente il simbolo del riscatto degli ultimi. Il fatto che lei fosse arrivata apriva la strada a chiunque.
I sindacati trovarono in Evita un’interlocutrice sempre attenta e calorosa e la Fondazione che portava il suo nome si caratterizzò sempre più per l’assistenza sociale ai più poveri e bisognosi. Evita era perfetta anche nel ruolo di first lady. Quando nel 1947 partì per un viaggio nel Vecchio continente, ed in particolare in Spagna, tenne a precisare che lo scopo non era quello di “formare un asse Buenos Aires – Madrid, ma solo tendere un arcobaleno di pace con tutti i popoli”. Un altro modo di prendere le distanze dal regime franchista fu quello di chiedere che si risparmiasse la vita di Juana Dona , una militante comunista condannata a morte.
L’anno 1951 coincise con la rinuncia alla vicepresidenza della Repubblica e l’aggravarsi di un tumore che l’aveva fortemente debilitata.
Su richiesta del deputato evitista Hector Campora, che vent’anni dopo sarebbe diventato Presidente, il Parlamento nominò Maria Eva Duarte in Peron “Capo spirituale della Nazione”.
Prima di morire a soli 33 anni, il 26 luglio del 1952, disse a Peron: “Non dimenticarti mai dei poveri. Sono gli unici che sanno essere fedeli”.

domenica 6 maggio 2007

Vicenza commemora Menti e Maroso

Vicenza e Torino, due città ai lati opposti dell’Italia, così lontane eppure così vicine. Due città che ogni anno si ritrovano a commemorare e a piangere i loro eroi e i loro figli.Era infatti il 4 maggio del 1949 quando il trimotore Fiat G 212 delle Aviolinee Italiane, che trasportava i mitici calciatori del “Grande Torino”, reduci da una partita amichevole disputata a Lisbona, urtò fatalmente contro i muraglioni di sostegno del giardino a tergo della Basilica di Superga, causando la morte istantanea delle trentuno persone a bordo.Nella strage oltre ai diciotto calciatori della rosa, perirono anche i due tecnici Erbstein e Lievesley, tre dirigenti Agnisetta, Civalleri e Cortina, e altrettanti giornalisti Cavallaro, Tosatti e Casalbore.Valerio Bacigalupo, Aldo e Dino Ballarin, Milo Bongiorni, Eusebio Castigliano, Rubens Fadini, Guglielmo Gabetto, Ruggero Grava, Giuseppe Grezar, Ezio Loik, Virgilio Maroso, Danilo Martelli, Valentino Mazzola, Romeo Menti, Piero Operto, Franco Ossola, Mario Rigamonti e Giulio Schubert, nomi che i più vecchi ricordano ancora a memoria recitandoli in una cantilena che assomiglia a quella delle beghine con i loro rosari in queste serate di maggio. Questi sono i nomi delle furie granata che tante volte ha nominato il radiocronista Niccolò Carosio cantandone gesta e vittorie, campioni che fecero sognare un’intera generazione di tifosi del bel calcio, leggende ancor prima di entrare nell’immortalità del mito.Tra essi c’erano anche due vicentini, Romeo Menti, classe 1919, detto “Meo”, il “cannone silenzioso” per la sua riservatezza e per le sue qualità di portentosa ala destra; un vero cecchino nelle punizioni e nei rigori, specialista dei corner e del cross, formidabile nel tiro di prima in corsa e fondamentale per i precisi passaggi sotto porta a capitan Mazzola, un giocatore correttissimo sia dentro che fuori dal campo. Per il suo comportamento da professionista e per le sue leggendarie prestazioni, il giocatore venne sempre amato da tutte le tifoserie delle squadre di appartenenza (in particolare quella viola) e sempre rispettato da quelle avversarie. A Menti è dedicato oltre allo stadio di Vicenza anche quello di Castellamare di Stabia. Nella sua incredibile carriera (contando la sola serie A: 195 presenze con 86 reti) l’asso vicentino vinse ben 4 scudetti e due Coppe Italia.L’altro vicentino, Virgilio Romualdo Maroso detto Maldo, classe 1925, terzino sinistro, nato a Corsara di Marostica si trasferì a Torino, con la famiglia da bambino. Fin da giovanissimo Maroso si impose all’attenzione dei tecnici militando nel vivaio granata. La sua classe spontanea impressionò le folle che videro in lui il campionissimo, il fenomeno di armonia e potenza, l’atleta che per intuito risolveva le situazioni più difficili sempre nel migliore dei modi, fenomenale nel dribbling, palla al piede e testa alta, con gli avversari prima messi a terra dalle sue finte e poi marmorizzati dal suo tempismo.La leggenda cominciò nell’estate del 1939 quando Ferruccio Novo, industriale torinese ed ex giocatore granata assunse la presidenza del Torino Calcio. Novo fu un presidente illuminato che cambiò i metodi di gestione della società, portando uno stile di organizzazione tipicamente imprenditoriale, coadiuvato in quest’opera da una dirigenza all’avanguardia, e sul campo da un condottiero indomito e coraggioso, quel Valentino Mazzola (padre di un altro campionissimo Sandro Mazzola) che diventerà il “Capitano” per antonomasia. Naturalmente Novo non era uno sprovveduto e fece sì investimenti ingenti, ma mirati, calcolando sempre i rischi.Il presidente Ferruccio Novo su consiglio di Roberto Copernico, ebbe inoltre una grande intuizione: forgiare una squadra che giocasse all’inglese, con il famoso “sistema” introdotto dall’allenatore dell’Arsenal: Herbert Chapmann. Il cui motto principale era: primo non prenderle. Questa variante tattica, prediletta dai maestri inglesi, prevedeva che il centrocampista centrale arretrasse la sua posizione tra i due terzini, e che si occupasse della marcatura del centravanti avversario. Insomma una vera e propria rivoluzione copernicana, visto che la Nazionale di Pozzo vinse, ben due titoli mondiali nel ’34 e nel ’38 col tradizionale “modulo”.Il primo scudetto dell’era Novo che avrebbe portato il Torino a diventare quella macchina di successo tanto acclamata arrivò nel 1943. Nemmeno l’orrore della guerra riuscì a cancellare una squadra di invincibili che stracciò ogni record da quello dei punti a quello dei gol realizzati, dalla vittoria col maggior scarto all’imbattibilità dello stadio Filadelfia, ai 10 giocatori prestati nel maggio del 1947, alla nazionale di Vittorio Pozzo; questi sono i numeri che testimoniano la schiacciante superiorità di Mazzola e compagni, cinque scudetti ed una coppa Italia. Ma ancor più il Grande Torino, con le sue tournee internazionali, incarnò l’orgoglio di quell’Italia che faticosamente stava risalendo la china dopo le distruzioni e i dolori provocati dalla Seconda Guerra Mondiale.Fu Vittorio Pozzo il vecchio alpino, commissario tecnico della Nazionale, a spiegare con parole cariche di patriottismo l’avvenuta assunzione del grande Torino a simbolo di una nazione e a spiegarci il dramma di vedere spezzato per sempre quel vessillo: “Avevano tenuto alto il nome della Patria, fatto gridare il nome della Patria alla folla forestiera; avevano mostrato a gente che per anni ha conosciuto di noi solo le cose più tristi, che per anni ci ha immaginati avviliti, prostrati, umiliati, un fresco sorriso di giovani, un alacre impegno di far bene. Si erano presentati come esempio della nuova generazione, che riprende con coraggio la sua vita dal fondo ove, non per sua colpa, si è ritrovata dopo la guerra. Raccoglievano attorno al loro gioco pacifico i primi consensi degli stranieri; si facevano ammirare per noi, amare per noi. E ad essi abbiamo continuato ad affidare, come ad una bandiera, le sorti nuove, la riconquista delle simpatie smarrite. Li abbiamo mandati fuori perché dicano alla gente straniera che siamo diversi da come ci hanno creduto, perché siano gli araldi di una fraternità sportiva, i primi a buttar giù le frontiere di odi e malintesi. E come soldati caduti li piangiamo questi giovani fulminati sulla porta di casa. Ognuno di noi era loro debitore per qualche cosa, la gioia di vedere la bella squadra in cima alla classifica, l’orgoglio con cui la vedevamo partire per gli incontri internazionali, la nostra gratitudine di sedentari, di inerti, di sfiduciati per la gioconda volontà di vincere che ci offriva”.Dimenticare è impossibile , anche per chi non li vide giocare nella culla di speranze, vita e rinascita che fu il Filadelfia, e aveva ragione Montanelli a scrivere che gli eroi sono sempre immortali, agli occhi di chi in essi crede perché il Torino non è mai morto: è soltanto in trasferta, forse per questo ancora oggi ci sembra di udire il suono di una tromba, quella del ferroviere Oreste Bolmida, fedelissimo tifoso granata ai tempi di capitan Mazzola, che usava incitare così la squadra nei momenti di difficoltà o di scarso impegno, quasi a suonare la carica in campo.Ed allora ecco che nel grande stadio dell’aldilà Mazzola passa a Menti, Menti indietro a Castigliano che va avanti e passa di nuovo a Mazzola che dribbla uno…due…tre avversari…gol, gol, gol!!!
Emanuele Bellato

Giustizia per Vanessa

Vorrei esprimere alcune riflessioni sulla vicenda di Vanessa Russo, la giovane uccisa nella metropolitana di Roma. Prese le responsabili, ora stanno uscendo una serie di versioni e parole che offendono anche la memoria della povera ragazza. Si è parlato di legittima difesa, una espressione che in questo caso suona ancor peggio di una bestemmia. Vanessa era una ragazza come tante che aveva, da poco, raggiunto l’ambito traguardo della laurea e stando a ciò che ha riportato la stampa coltivava il sogno di diventare infermiera: una carriera dedicata al servizio del prossimo. Il suo sogno si è infranto per un tragico destino e per tanta cattiveria (altro che legittima difesa). Qui non si tratta di immigrati integrati, onesti, lavoratori, padri e madri di famiglia che contribuiscono quotidianamente alla crescita culturale ed economica del nostro Paese. La presunta colpevole è una donna che ha lasciato il suo Paese per venire nel nostro a fare la prostituta. Cosa ancor più grave, la stessa ha dichiarato che spendeva tutto ciò che guadagnava in abiti alla moda e accessori griffati. Ebbene, se questo era il suo progetto di vita, perché non poteva restare al suo Paese e realizzarlo lì? Gente così offende il nostro Paese, la sua storia e i suoi abitanti.Spero che la giustizia infligga a questa persona (anche questa mi sembra una parola grossa) il massimo della pena, senza sconto alcuno. L’atto efferato commesso, ancor più grave perché compiuto per futili motivi, merita una pena esemplare. Meriterebbe inoltre i lavori forzati a vita, con addosso solo qualche straccio sporco e rattoppato, al posto degli abiti firmati.

Alessandra