Con questo articolo, dedicato ad Evita Peron, inauguro una serie di schede che affrontano il tema “donne e la politica”. E’ soprattutto grazie all’impegno di donne come Evita, e alla loro strenua volontà di lottare per il diritto al voto femminile, se tante ragazze, come me, hanno oggi l’opportunità di fare politica. Alessandra “Non ho in questo momento che un’unica ambizione personale: che di me si dica, quando si scriverà il capitolo meraviglioso che la storia probabilmente dedicherà a Peron, che vi fu al suo fianco una donna che si dedicò a far arrivare al presidente le speranze del popolo, e che il popolo la chiamava affettuosamente Evita”.
Evita, insieme a Gardel e Mardona, rappresenta nell’immaginario collettivo degli argentini il cuore e l’anima della Nazione. Evita ha amato se stessa, ha amato Peron e la sua causa, ma soprattutto ha amato il suo popolo, gli argentini, per questo il suo ricordo è tuttora vivo in ogni angolo del Paese. Eva nacque a Los Toldos il 7 maggio del 1919 da Juan Duarte, un benestante proprietario terriero che le stette vicino sino alla prematura scomparsa avvenuta nel 1926 ma che non la riconobbe come figlia legittima perché nata fuori dal matrimonio ufficiale, e da Juana Ibarguren, una donna di origini basche, forte e determinata che da sola allevò cinque figli alternandosi come cuoca, sarta e gestendo infine una piccola pensione familiare. Nonostante le umili origini e gli stenti per arrivare a fine giornata, Eva si impegnò sin da giovane per migliorare la propria condizione sociale. Affascinata dal mondo dello spettacolo si trasferì nel 1935 a Buenos Aires, aiutata dell’amico di origini italiane Augustin Magaldi, noto interprete di tango, dove intraprese la carriera teatrale e cinematografica. A consacrarla definitivamente al grande pubblico fu però la radio, prima con gli sceneggiati e in seguito con la trasmissione di Radio Belgrano, dal titolo, “Verso un avvenire migliore” (“Hacia un futuro mejor”), dove Eva, oltre a fare l’apologia del suo amato, parlava al cuore dei meno abbienti.
Eva Duarte conobbe il colonnello Juan Domingo Peron nel gennaio del 1944 a San Juan durante la distribuzione degli aiuti ai terremotati. In seguito, ricordando il primo incontro dirà: “Tutti o quasi tutti abbiamo nella vita un giorno meraviglioso. Per me, è stato il giorno in cui la mia vita coincise con quella di Peron” . Ma se la sua relazione con Peron da un lato diede una spinta importante per la sua carriera, dall’altro la pose al centro di maldicenze.
L’ufficiale Juan Domingo Peron, vedovo, di origini sarde, era allora un affermato militare ma anche un promettente politico in ascesa che ricopriva la carica di Segretario del lavoro; incarico che gli permise di entrare in contatto con i maggiori leader sindacali e guadagnarsi le relative simpatie attraverso la messa in atto di provvedimenti sociali a favore della classe operaia.
La casta dei generali, l’aristocrazia terriera e degli allevatori ma anche Washington temevano Peron; per questo fu montato un fantomatico pericolo per la sua incolumità e con la scusa di proteggerlo fu prima esiliato e poi arrestato. Quando si diffuse la notizia, la Confederazione Generale del Lavoro, che riuniva i sindacati più rappresentativi, dichiarò una mobilitazione per il 17 ottobre 1945. La risposta dei descamisados (senza camicia, nominati così dal quotidiano conservatore “La Prensa” in senso dispregiativo) fu imponente, lavoratori, studenti e operai, poveri e creoli, si riunirono tutti a Plaza de Majo al grido di Peron Presidente. Quel 17 di ottobre verrà chiamato “l’uragano della storia”. Così ricorda quel giorno concitato l’intellettuale Raul Scalabrini Ortiz: “…le moltitudini continuavano ad arrivare, affratellate dallo stesso grido e dalla stessa fede, era il sottosuolo della Patria in rivolta”.
Nelle elezioni del 1946, la candidatura del neo generale Peron riuscì ad imporsi sui partiti tradizionali. Peron inaugurò una politica di stampo populista, nazionalizzò alcuni settori dell’economia e promulgò una legislazione sociale di carattere progressista. Grazie ad Evita anche le donne ottennero notevoli vantaggi, il più importante dei quali fu, il diritto di voto, acquisito il 23 settembre 1947 e fino allora negato. Fondò inoltre la sezione femminile del Partito Peronista.
Evita non fu una femminista nel senso dei contenuti libertari del movimento mondiale, ma con il suo protagonismo scatenò un’ondata, senza precedenti, di partecipazione femminile alla sfera pubblica. Le scollature, le pellicce e i gioielli, per lei, non erano altro che un modo per comunicare con il suo popolo. Certo potevano sembrare un’ostentazione o un privilegio per i suoi detrattori ma per il suo amato popolo erano semplicemente il simbolo del riscatto degli ultimi. Il fatto che lei fosse arrivata apriva la strada a chiunque.
I sindacati trovarono in Evita un’interlocutrice sempre attenta e calorosa e la Fondazione che portava il suo nome si caratterizzò sempre più per l’assistenza sociale ai più poveri e bisognosi. Evita era perfetta anche nel ruolo di first lady. Quando nel 1947 partì per un viaggio nel Vecchio continente, ed in particolare in Spagna, tenne a precisare che lo scopo non era quello di “formare un asse Buenos Aires – Madrid, ma solo tendere un arcobaleno di pace con tutti i popoli”. Un altro modo di prendere le distanze dal regime franchista fu quello di chiedere che si risparmiasse la vita di Juana Dona , una militante comunista condannata a morte.
L’anno 1951 coincise con la rinuncia alla vicepresidenza della Repubblica e l’aggravarsi di un tumore che l’aveva fortemente debilitata.
Su richiesta del deputato evitista Hector Campora, che vent’anni dopo sarebbe diventato Presidente, il Parlamento nominò Maria Eva Duarte in Peron “Capo spirituale della Nazione”.
Prima di morire a soli 33 anni, il 26 luglio del 1952, disse a Peron: “Non dimenticarti mai dei poveri. Sono gli unici che sanno essere fedeli”.